it.adnow.com/?referral=337274 VERITA' NASCOSTE: dicembre 2017

DISCHI DI PIETRA DI 12000 ANNI FA CON INCISA UNA STORIA INCREDIBILE!

DISCHI DI GRANITO DI 12.000 ANNI FA CON INCISA UNA STORIA INCREDIBILE.

Nel 1938 tra le montagne di Bayan Kara Ula, ai confini della Cina e del Tibet, una squadra di archeologi conduceva un'indagine di routine molto dettagliata di una serie di caverne ad incastro.
I loro interessi erano stati eccitati dalla scoperta di linee di tombe ordinatamente disposte che contenevano gli scheletri di quella che doveva essere una razza di esseri umani. 

Sembravano avere corpi spigolosi e grandi teste sovra sviluppate. All'inizio si pensava che le caverne fossero state la dimora di una specie di scimmia finora sconosciuta. Ma poiché la specie sembrava seppellire i suoi morti, eliminò una razza di scimmie.

Mentre studiava gli scheletri, uno dei membri della squadra inciampò in un grosso disco di pietra rotondo, mezzo sepolto nella polvere sul pavimento della caverna. Il disco sembrava un disco dell'età della pietra. C'era un buco al centro e un sottile solco a spirale che è una linea continua a spirale di simboli strettamente incisi.
Nessuno ha capito il significato del messaggio. I dischi sono stati etichettati e archiviati tra altri reperti nella zona.
Per 20 anni i dischi sono rimasti nel dimenticatoio.
Quando i dischi vennero accuratamente analizzati dal dottor Tsum Um Nui di Pechino intorno al 1958, questi concluse che ogni scanalatura consisteva effettivamente in una serie di piccoli geroglifici, di modello e origine sconosciuti. Le righe di geroglifici erano così piccole che per vederle ci si dovette servire di una lente d’ingrandimento.
Molti dei geroglifici erano stati portati via dall’erosione ma questa è la storia incredibile incisa su di essi: "la storia di una "sonda spaziale" degli abitanti di un altro pianeta che sono venuti sulla terra, nella catena montuosa Bayan Kara Ula. Erano atterrati. Le loro intenzioni pacifiche erano state male interpretate. Molti di loro erano stati cacciati e uccisi dai membri della tribù degli Han, che vivevano nelle grotte vicine.
Si riferivano a se stessi come i Dropas. Hanno scritto che sono scesi dalle nuvole nella loro navicella spaziale che si è schiantata atterrando in montagne remote e inaccessibili. Non c'era modo di costruire una nuova nave."


La storia rivelata fu talmente incredibile che l'Accademia di Preistoria di Pechino proibì al Dott. Tsum Um Nui di pubblicare le sue scoperte.

Antiche leggende, nella zona parlavano di piccoli uomini magri dal viso giallo che provenivano dalle nuvole molto tempo fa. Gli uomini avevano enormi teste sporgenti e corpi gracili. Erano così brutti da essere cacciati e uccisi. Questa descrizione è simile ai corpi trovati nelle caverne. (v.foto scheletri)


Vinci un Apple


Inoltre, sulle pareti delle caverne gli archeologi hanno trovato immagini grezze del Sole nascente, della Luna, delle stelle non identificabili e della terra tutte unite da linee di punti di dimensioni di un pisello. I disegni delle caverne sono stati datati circa 12.000 anni fa.


L'area della grotta è ancora abitata da 2 tribù semi-troglodite conosciute come Hans e Dropas. Queste tribù hanno un'apparenza strana. Sono fragili e rachitici nella crescita media di soli 5 piedi (cm 152) di altezza . Non sono né tipicamente cinesi né tibetani.

Nel 1965, in tutto, ben 716 dischi di pietra  scanalati furono scoperti nelle stesse caverne. 
Successivamente i dischi furono trasportati in Russia e sottoposti alle analisi di cinque scienziati diretti da Tsum Um-Nui. I ricercatori  ne raschiarono con molta precauzione la superficie, facendo poi analizzare le particelle raccolte, che risultarono contenere una notevole percentuale di cobalto e di vari metalli. I dischi di granito, all'oscilloscopio, reagirono emettendo vibrazioni ad un ritmo sorprendente, in quanto carichi di una considerevole quantità di energia elettrica. 
Quei reperti, vecchi di dodicimila anni, non potevano assolutamente essere frutto di tecnologia terrestre.

Dopo molti anni il Prof. Tsum Um-Nui, con grande coraggio, nonostante il divieto delle autorità militari e politiche, in un'apparizione pubblica rese noto il resoconto dei suoi studi e delle traduzioni dei geroglifici.
Quando il Prof. Tsum Um-Nui morì per un attacco cardiaco nel 1965, i suoi eredi scoprirono che tutti i suoi appunti, frutto di anni di studio, erano spariti.
Quanto ai dischi, ne riporta notizia per l'ultima volta l'ufologo viennese Peter Krassa, che nel 1975 li vide esposti, e li fotografò, in una teca del museo Bampo a Xian (Cina). Dopo, dei dischi di Bayan Kara Ula si è persa ogni traccia.


Le uniche foto ufficialmente esistenti le abbiamo grazie a un ingegnere austriaco che ha avuto l'opportunità di realizzare queste fotografie nel 1974, quando era in tournée guidata in Cina, 
nel Banpo-Museaum di Xian, la capitale della provincia di Shensi. Lo stesso racconta : "che ha trovato due dischi che rispondevano esattamente alle descrizioni che conosciamo dal rapporto Bayan-Kara-Ula del 1962 e dalle pubblicazioni future. E riusciva persino a riconoscere i geroglifici in solchi a spirale, anche se  in parte era sbriciolato.
Conoscendo il background dei manufatti, il signor Wegerer ha chiesto agli ex responsabili del Banpo-Museum ulteriori dettagli sui pezzi nella vetrina. Senza saperlo, ha causato un sacco di problemi, perché la povera donna non sapeva cosa dire. Era in grado di raccontare una storia completa di tutti gli altri artefatti fatti con l'argilla, ma tutto ciò che riusciva a spiegare sui dischi di pietra era che erano solo "oggetti di culto" senza importanza.

All'ingegnere austriaco fu concesso di prendere uno dei dischi che aveva in mano per fare fotografie di entrambi. Il signor Wegerer stimava il loro peso ad un chilo o due libbre, e il diametro a 28-30 centimetri. Ed ha riscontrato  tutti i dettagli descritti nei reportage dei ricercatori: un buco nel centro più strani geroglifici. Non sono visibili qui sulle fotografie, perché sono parzialmente sbriciolati e - per una seconda ragione - Wegener ha usato una fotocamera Polaroid con flash integrato. Questo non era abbastanza buono per il contrasto della fotografia. 
Successivamente, la signora che gestiva la collezione è stata assegnata a un altro lavoro ed è completamente scomparsa. Quando è stato chiesto il luogo degli artefatti nel marzo 1994, il nuovo direttore ha dichiarato quanto segue: "I dischi di pietra ... non esistono.
Finzione? Realta? Poniamoci una domanda: Vi sembra strano che le autorità abbiano imposto il silenzio sulla vicenda? Vi sembra ancora più strano che non si trovino più quei dischi? Chi di voi a scuola ha sentito mai parlare di Nikola Tesla? Eppure è esistito eccome....!


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FORI SU BLOCCHI DI GRANITO SENZA USARE UN TRAPANO? NELL'ANTICO EGITTO SAPEVANO

COME FARE DEI FORI  CON UN DIAMETRO DI 5 CM SU BLOCCHI DI GRANITO SENZA USARE UN TRAPANO? NELL'ANTICO EGITTO SAPEVANO.

Più di un secolo fa, su richiesta dell’archeologo ed egittologo William Matthew Flinders Petrie (1835-1942), l’ingegnere dell’antica diga di Assuan specializzato in strumentazione industriale e petrografia, Benjamín Baker, elaborò il noto "Resoconto Baker".
Questo resoconto appare nell’opera di W.M. Flinders Petrie, "Pyramids and Temples of Gizeh" (Piramidi e Templi di Giza) e riguarda l’uso di antichi strumenti fatta da scalpellini e artigiani egizi.
Le conclusioni a cui arrivò B. Baker dopo analisi esaustive e prove del terreno furono categoriche e sorprendenti, deducendo e l’affermando quanto segue:
"…se un ingegnere moderno fosse capace di riprodurre lo strumento antico non solo sarebbe milionario, ma rivoluzionerebbe l’industria moderna…"
Quali furono le ragioni perché B. Baker arrivò a questa incredibile affermazione?


Nel 1883, W.M. Flinders Petrie presentò all’Istituto Antropologico di Londra, uno studio sui fori effettuati su blocchi di roccia molto dura come il granito e il diorite.
Tra questi si potevano osservare fori su due blocchi di granito rosso di almeno 12 centimetri di diametro che si trovano nella Grande Piramide, il primo blocco steso a terra alla sinistra dell’entrata originale, situata sopra a quella utilizzata attualmente per entrare, realizzata da Abdullah Al Mamún che era alla ricerca dei tesori che delle leggende volevano all’interno della Grande Piramide; il secondo blocco nel Pozzo della Camera del Caos, ad una considerevole distanza dal primo.

Tra i vari dati tecnici riportati da Petrie, si poteva osservare quello di un foro realizzato su un blocco di granito dal diametro di 5,6 cm. E all’interno un solco a spirale con cinque giri con una differenza tra di loro di 2,3 millimetri, il che significa  che il "macchinario?" utilizzato procedeva ad una velocità di quasi un metro di profondità con un solo giro di perforazione.
Anche nel caso dei blocchi della Grande Piramide, le cifre erano sconcertanti in quanto si vedeva che in ogni giro il trapano entrava nella roccia di granito rosso per 2,5 millimetri; un dato inspiegabile se consideriamo che con la nostra moderna tecnologia i trapani di diamante sintetico perforano 0,05 millimetri alla volta esattamente cinque volte meno di quelli "primitivi e rudimentali" trapani egizi.
 

Negli altri fori studiati dal diametro di 11,43 cm.  realizzati su un durissimo blocco di diorite si poteva osservare il solco a spirale che raggiungeva le 17 volte, cioè nientemeno che 6 metri con un solo giro.

Vinci una Mini
Tra la sorpresa e l’incredulità continuarono ad apparire nuovi dati di fori di ogni tipo di diametro, dai 70 cm. fino a quelli minuscoli da 1 cm. Ma non meno effettivi dei primi al momento della penetrazione nella dura roccia.
I nostri materiali per la foratura più moderni della durezza massima secondo la scala di Mohs, raggiungono il livello 11 su 10, che è quella del diamante, una pietra che gli Egiziani non conoscevano. Questi materiali di livello 11 come il diamante nero, sono molto lontani dall’ottenere i risultati raggiunti dagli antichi strumenti egizi.
Secondo la scala di Mohs, che stabilisce un livello da 1 a 10 per la durezza dei materiali, a B. Baker, dopo aver applicato una semplice regola di tre, non rimase altro che viste le irrefutabili prove ed evidenze che ancora oggi rimangono tali e quali, assicurare che il materiale impiegato per le trapanature degli antichi Egizi avrebbero dovuto avere perlomeno una durezza di livello 500.
Un autentico controsenso se teniamo presente il livello 11 che è il massimo raggiunto dalla tecnologia del XX secolo a partire dagli elementi sintetici e un livello 101 che è anche il massimo che troviamo in natura.

 Tra le conclusioni finali che troviamo nel resoconto Baker risalta quella che segue:

“…L’unica differenza nel funzionamento del trapano antico e  quello moderno è una enorme pressione sui trapani che le nostre moderne frese d’acciaio e diamante non possono resistere.
La pressione massima che un moderno trapano può sopportare è di 50 chili, però gli strumenti egiziani ne sopportavano almeno 2.000…”

Secondo gli archeologi, si conosce bene il metodo delle perforazioni della roccia: e cioè, far girare ripetutamente  materiali abrasivi, tipo la sabbia, messi in un cilindro di rame  su un’asta di legno applicata poi sulla superficie della roccia, da vari operai.
Questo lavoro portato avanti in continuazione, formava un tassello di pietra all’interno del cilindro di rame, che era estratto a forza di colpi con uno scalpello di rame e una mazza di legno.
L’operazione costava molto tempo e sforzi. Ed è dietro questo fatto che si nascondono gli archeologi per spiegare come si ottenevano i fori di cui abbiamo parlato prima.
Ciò che non si spiega e che hanno preferito ignorare, è l’esistenza all’interno di queste forature dei tipici solchi prodotti da un lavoro meccanico, e che non hanno niente a che vedere con i grevi sistemi di abrasione che furono utilizzati su roccia dalla durezza inferiore e senza la perfezione di tracciato come la studiarono Petrie e Baker.
Christopher Dunn, ex ingegnere aerospaziale, scrive "quegli egittologi che si sono resi conto che con degli strumenti di rame battuto non è possibile lavorare il granito, hanno escogitato una soluzione differente, arrivando a ipotizzare che gli antichi si siano serviti di piccole sfere di diorite (un'altra roccia eruttiva estremamente dura) una sorte di pestelli con i quali avrebbero "colpito" il granito. Ma come si può ipotizzare che, colpendo il granito con un attrezzo sferico di diorite, si siano potute ricavare le iscrizioni geroglifiche estremamente dettagliate e sorprendentemente precise che si possono osservare in tutto l'Egitto. Quei geroglifici sono incredibilmente netti e alcuni mostrano scanalature che scorrono parallele le une alle altre, separate tra loro da uno spazio inferiore al centimetro. Lo stesso Sir William Flinders Petrie aveva sottolineato che quelle scanalature potevano essere state ricavate soltanto servendosi di un attrezzo speciale, capace di intagliare il granito con grande precisione, senza scheggiare la roccia."
Qui la questione non riguarda certamente solo i fori, ma i geroglifici, la precisione incredibile dei sarcofagi e tutto il resto.


Il ricercatore spagnolo Manuel José Delgado
osserva alcune scalpellature fatte in un blocco di granito nero del tempio di Sahure in Abusir.








Scalpellature uguali all’entrata originaria della Grande Piramide fatte su granito rosso.
Ma nonostante tutto, i dati sono lì, indicando come un dito accusatore l’egittologia ufficiale, che preferisce volgere lo sguardo da un’altra parte, e ricordiamo a tutti che esiste una storia da rivedere e scrivere di nuovo.

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SULLA TERRA SOLO IL 10% DEI MARI E' STATO STUDIATO, COSA C'E' NEL 90%?

CREATURE MARINE SCONOSCIUTE O NO? - parte 1.


Circa un anno fa, il   NOAA   (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’agenzia federale oceanografica degli Stati Uniti, ha sentito la necessità di dover dichiarare ufficialmente che le sirene non esistono! “Le sirene del mare, metà umane e metà pesce, sono leggendarie creature marine di cui si racconta sin da tempo immemore”, ha scritto il NOAA nel suo sito web.
Ma la sortita del NOAA non è casuale, infatti fu rilasciata in seguito alla messa in onda di un interessante programma trasmesso da   Animal Planet   dal titolo: “Sirene, il corpo trovato“, con il sottotitolo “un nocciolo di verità che vive sotto la leggenda delle mitiche sirene.   
Si trattava in realtà di un docu-fiction, in cui, come ha precisato l’emittente, la scienza é stata usata “come un trampolino verso l’immaginazione”. Ma evidentemente tanti telespettatori lo hanno preso per un documentario e alcuni giorni dopo all’istituto oceanografico sono arrivate delle lettere in cui si chiedevano spiegazioni scientifiche. Ecco dunque la precisazione: Nonostante le premesse, “non sono mai state trovate prove dell’esistenza di umanoidi acquatici”.
Eppure, non tutti sono d'accordo. Soprattutto dopo il secondo documentario della Discovery Channel "Le sirene esistono" in cui sono intervenuti proprio alcuni ricercatori del NOAA ed hanno rilasciato delle testimonianze veramente interessanti per non dire clamorose. Sono numerosi gli scienziati che hanno avanzato interessanti teorie sull'esistenza, nel passato evolutivo dell'uomo, della scimmia acquatica, e cioè di una antenato acquatico in comune tra gli ominidi e le scimmie.   
E sarebbero numerose anche le testimonianze di coloro che affermano di aver visto degli umanoidi acquatici tutt'ora viventi. Secondo i teorici della cospirazione, e gli stessi ricercatori del NOAA, il Governo Americano (nella fattispecie proprio del NOAA) sarebbe a conoscenza di queste creature e addirittura starebbe inscenando un clamoroso cover-up (che giustificherebbe anche il comunicato del NOAA) per nascondere il fatto di essere in possesso del corpo di una sirena.
Prova di questo fatto, sarebbe il famoso suono oceanico bloop registrato nel profondo dell'Oceano Pacifico dal NOAA alla fine degli anni '90. 

   
Un fondamento scientifico alla leggenda?

Eppure, le storie di creature leggendarie  sono menzionate nelle mitologie di quasi ogni cultura umana, in ogni continente si racconta di aver avuto contatti con questi esseri metà uomo e metà pesce, descrivendo tutti lo stesso animale mitico, tra l'altro da notare che queste stesse storie vengono tramandate in culture geograficamente lontanissime tra loro che ufficialmente non avrebbero avuti contatti se non in tempi moderni.
Alcuni si sono chiesti se dietro queste leggende possa nascondersi un nocciolo di verità. Potrebbero esistere realmente degli umanoidi acquatici intelligenti, parenti lontani dell'uomo, che hanno sviluppato il loro percorso evolutivo adattandosi a vivere nelle profondità dell'oceano e che hanno sviluppato una società complessa nella quale vivono nascosti per paura dei loro parenti umani? Perchè no!!

Entra in gioco la teoria della "scimmia acquatica", la quale sostiene che gli esseri umani abbiano attraversato una fase anfibia nel loro percorso evolutivo. Ad un tratto, le grandi inondazioni costiere di milioni di anni fa costrinsero un gruppo dei nostri progenitori a spingersi verso l'interno, adattandosi definitivamente alla terra ferma dando vita alla specie dei   primati arboricoli, mentre un altro gruppo, forse spinti dalla necessità di trovare cibo, cominciarono a spingersi sempre più in profondità nel mare, adattandosi alla vita acquatica.
Dopo questo adattamento, un gruppo di primati sarebbe ritornato sulla terra ferma conservando alcune delle caratteristiche sviluppate nell’ambiente marino, mentre un altro gruppo si sarebbe adattato definitivamente all’ambiente marino.
Quindi, mentre noi ci siamo evoluti in esseri umani terrestri, i nostri parenti acquatici si sarebbero evoluti in esseri umani anfibi, stranamente simili alla leggendaria sirena. Alcuni autori sostengono la versione contraria della teoria e cioè che il progenitore in comune fosse completamente acquatico e che alcuni gruppi, spinti dalla necessità di trovare cibo, si spinsero sulla terra ferma fino ad adattarsi completamente a respirare ossigeno allo stato gassoso. In ogni caso, la sostanza non cambia. Consideriamo che per alcuni tipi di animali è avvenuto proprio così e cioè da animale acquatico si è trasformato in animale terrestre o viceversa come una recente teoria sui Cetacei, nati per vivere sulla terra e poi evolutisi per tornare in acqua.

Come prova a sostegno della teoria, gli studiosi sottolineano le notevoli differenze riscontrabili tra l’uomo e gli altri primati. Anzi, alcune caratteristiche lo rendono molto più simile ai mammiferi marini che non ai primati terrestri. Questi i segni distintivi fondamentali:
la perdita del pelo cutaneo (i peli creano resistenza in acqua);
la capacità istintiva a nuotare (i bambini appena nati già sono in grado di nuotare);
il grasso sottocutaneo (per l'isolamento dall'acqua fredda);
il controllo del respiro (alcuni umani sono in grado di trattenere il respiro fino a 20 minuti, più di ogni altro animale terrestre);
un cervello molto sviluppato, grazie ad una dieta ricca di frutti di mare;
   
Diversi autori si sono dedicati alla teoria della scimmia acquatica. In un libro del 1942, il biologo tedesco   Max Westenhofer   ipotizzò che i primissimi stadi dell’evoluzione umana fossero avvenuti in prossimità dell’acqua. Così egli scrive: “Postulare un modo di vita acquatico in una fase precoce dell’evoluzione umana è un’ipotesi sostenibile, per la quale si possono produrre ulteriori indagini e elementi di prova”.
Ma il vero padre della teoria è il biologo marino   Alister Hardy   che, già nel 1930, aveva ipotizzato che gli esseri umani possano aver avuto antenati acquatici. Ma solo nel 1960 decise di divulgare la sua teoria. L’occasione fu un discorso tenuto al   British Sub-Aqua Club   di Brighton il 5 marzo del 1960.
La tesi di Hardy si basa sulla convinzione che un gruppo di queste scimmie primitive, costrette dalla concorrenza con i loro simili e dalla scarsità di cibo, si sia spinta fino alle sponde del mare per andare a caccia di crostacei, molluschi, ricci di mare, ecc., nelle acque poco profonde al largo della costa.
Il biologo suppone che queste proto-scimmie acquatiche, spinte dalla necessità di rimanere sott'acqua per diverso tempo, proprio come è capitato per molti altri gruppi di mammiferi si siano adattate all'ambiente acquatico fino a rimanere in acqua per periodi relativamente lunghi, se non in maniera definitiva. Hardy esplicita definitivamente le sue idee in un articolo apparso su   New Scientist   il 17 marco 1960.
Dopo la pubblicazione dell'articolo, la teoria godette di un certo interesse per diverso tempo, ma fu progressivamente ignorata dalla comunità scientifica, tanto per cambiare. Nel 1967, l'ipotesi fu evocata da   Desmond Morris   nel suo libro “La Scimmia Nuda“, nel quale si trova la prima volta l’utilizzo del termine “scimmia acquatica". La scrittrice   Elaine Morgan, dopo aver letto il libro di Morris, divenne la principale sostenitrice e promotrice della teoria. Nei successivi 40 anni di carriera, la scrittice ha dedicato 6 libri alla divulgazione dell’ipotesi di Hardy.
Nel 1987, si tenne un simposio scientifico a   Valkenburg, Olanda, per discutere la validità della teoria della   Scimmia Acquatica. Dagli atti del convegno pubblicati nel 1991 con il titolo Aquatic Ape: Fact or fiction? (Scimmia acquatica: realtà o finzione?) emerge che gli scienziati non se la sentirono di sostenere l'idea che gli antenati dell'uomo fossero acquatici, ma che ci sarebbero alcune prove che avessero sviluppato l'abilità natatoria per alimentarsi nei fiumi e nei laghi, con il risultato che l'uomo sapiens moderno può godere di brevi periodi di tempo in apnea.

Una lettura estrema della teoria di Hardy ha portato alcuni ricercatori indipendenti ha ipotizzare l’esistenza attuale, di umanoidi acquatici intelligenti che vivono in società complesse nel fondo dell’oceano. L’esistenza di queste timide creature sarebbe all’origine delle leggende sulle sirene, decantate anche da Omero nella sua Odissea. Ma è possibile ipotizzare l’esistenza di questi Umanoidi Acquatici? Potrebbero esserci delle prove?
Anche in epoca recente le testimonianze da parte dei pescatori sono state numerose. In molti casi, si racconta del recupero di grossi animali acquatici completamente infilzati con lancie e coltelli di origine sconosciuta.
 In alcune testimonianze di inizio secolo è possibile vedere lo stupore e lo sconcerto dei marinai.

                        foto originale











Qui si può vedere bene che lo squalo catturato dai pescatori, ha diversi oggetti a mo di lance, conficcati su tutto il corpo.  Vedi anche queste foto:



                  uno dei coltelli/lance conficcate







Particolare dei diversi tipi di oggetti taglienti ritrovati negli anni conficcati addosso a squali:

Ovviamente ricordiamo tutti le vicende decantate da Omero nell'Odissea, l'incontro di Ulisse con le sirene.

 Ancora prima dalla civiltà  mesopotamica con il Dio pesce  Dagon







Persino Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (23 – 79 d.C.) era dell'opinione che ogni cosa 
esistente sulla terra avesse il suo omologo nel mare.


















O la divinità indiana Ganga  rappresentata dall'immagine di una donna voluttuosa e dall'aspetto piacevole, che tiene nella sua mano un vaso. È accompagnata da un animale ibrido, il makara dal corpo di coccodrillo, e per il resto simile ad un pesce.

Queste immagini rupestri furono rinvenute nel 1933 da Laslo Almasy nella 

CAVERNA DEI NUOTATORI 

a Wadi Sura, sulle alture del Gilf Kebir, nel Sud Ovest Egiziano al confine con la Libia. 

Ancora altre divinità metà uomo e metà pesce raffigurate dalle civiltà Babilonesi, Persiane e Greche

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I VIAGGI DI ULISSE SONO REALI!! TROVATI I LUOGHI NARRATI

I VIAGGI DI ULISSE SONO REALI!! TROVATI I LUOGHI NARRATI.

Omero è considerato il poeta e lo scrittore per eccellenza del mondo antico, ma fino ad ora tutti i luoghi da lui dettagliatamente descritti nell'Iliade e nell'Odissea erano ritenuti pure invenzioni di fantasia, in quanto non avevano, fino a pochi anni fa alcuna effettiva corrispondenza nella geografia del Mediterraneo. Di recente però un ingegnere nucleare italiano con una eccezionale passione per i poemi omerici ha fatto alcune clamorose scoperte che sembrano ribaltare definitivamente tutto quanto affermato fin ora. Le prove raccolte dallo studioso italiano Felice Vinci suffragano l'esplosiva ipotesi che sia i luoghi quanto le popolazioni e i miti dei poemi omerici abbiano avuto in realtà un'origine scandinava, e che pertanto tutti gli avvenimenti narrati nell'Iliade e nell'Odissea andrebbero ricollocati nel Mar Baltico. La tesi di un'origine nordica dei racconti omerici per quanto possa apparire bizzarra, trova una serie di stupefacenti conferme nelle più recenti scoperte scientifiche e archeologiche.  Le attuali teorie sulle migrazioni dei popoli nordici del II millennio a.C. sostengono per esempio che con ogni probabilità furono proprio questi ultimi a dare origine alla misteriosa civiltà micenea in Grecia. 

I suoi lavori di ricerca vengono ormai discussi nelle più prestigiose università del mondo. 


Si tratta di dare conferma a quelle eretiche teorie che oggi sono in grado di dimostrare l'effettiva colonizzazione del bacino del Mediterraneo in tempi remoti da parte delle genti del nord. Vinci ha infatti scoperto e dimostrato che tutti i luoghi descritti nei poemi omerici trovano il loro preciso corrispettivo geografico nei mari del nord. Egli ha evidenziato l'esistenza di altre straordinarie coincidenze che riguardano sia il clima rigido (nebbia, ghiaccio e neve) descritto nell'Iliade e nell'Odissea, quanto i nomi propri dei luoghi ivi citati, la loro effettiva morfologia e addirittura i giorni esatti di navigazione necessari per raggiungerli. 
Tra coloro che si sono accorti del valore della scoperta spicca la nota grecista e latinista Rosa Calzecchi Onesti che invita la comunità scientifica archeologica a compiere un'accurata opera di verifica sul campo eliminando i preconcetti che come già sappiamo tendono a mascherare i risultati reali.
Stando a quanto affermato da Vinci, la vera Itaca corrisponderebbe esattamente sia per forma che per orografia e posizione geografica specificati nel racconto di Omero all'isoletta di Lyo nell'arcipelago danese nel Sud Fionia.


In breve Vinci è riuscito a identificare anche tutte le altre isole citate nelle opere di Omero semplicemente seguendo le precise indicazioni che troviamo nei testi. Ad esempio il Peloponneso viene definito dal poeta come una vasta isola pianeggiante, che Vinci ha individuato nella grande isola danese di Sjaelland, a dispetto di un Peloponneso greco che non solo è montuoso, ma non è nemmeno un'isola. Continuando a seguire il racconto dell'Odissea, davanti a Itaca e Zacinto avremmo dovuto trovare Dulichio, un'isola dalla forma piatta e lunga che non esiste affatto nel Mar Ionio, ma che si identifica agevolmente nell'arcipelago della Finlandia, unico al mondo a presentare una straordinaria somiglianza con quello descritto da Omero. Vogliamo poi prendere in considerazione la descrizione di Omero della presenza di foche su una delle tante isole dell'arcipelago (foche che notoriamente non hanno mai popolato le isole egiziane dove ufficialmente si colloca la vicenda).
La città di Troia avrebbe dovuto essere contraddistinta di numerosi fiumi nelle sue vicinanze e da zone paludose ma che non esistono nell'attuale Turchia, dove essa viene collocata dagli archeologi tradizionalisti.
 In conclusione secondo Vinci se spostassimo tutti i racconti dell'antico autore dal bacino del Mar Mediterraneo a quello del Mar Baltico, la descrizione dei luoghi troverebbe puntuale riscontro e di conseguenza anche il realismo effettivo dei racconti stessi. Tutto questo non solo per la geografia del territorio ma anche per il clima, la cultura, i caratteri somatici dei guerrieri, la forma e le caratteristiche delle loro imbarcazioni. Omero infatti descriveva i suoi guerrieri spesso biondi e coperti da pesanti mantelli di lana per far fronte ad un clima quasi sempre rigido (non certo tipico della zona mediterranea), oltre a fenomeni ambientali tipici del nord Europa, come la notte bianca (giorni dell'anno in cui vi è luce anche di notte) o lunghissime giornate estive ed ancora il fenomeno delle "danze dell'aurora" che altro non sono che le aurore borali, descritte come un "manto purpureo notturno steso da Giove", la nebbia che oscurava la vista, il clima gelido e il ghiaccio che si incrostava sugli scudi dei guerrieri. La teoria di Felice Vinci è indirettamente confermata anche dai lavori dell'archeologo Geoffrey Bibby e dal filosofo matematico Bertrand Russell.
Ecco perchè bisognerebbe applicare ad ogni manoscritto, testo, racconto od opera, il rigoroso metodo di analisi puramente scientifica ovvero prendere per buone quello che c'è scritto senza interpretazioni personali, ma solo riscontrando i testi con prove reali.


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